Il ragazzo che amava Shakespeare

Libro: Il ragazzo che amava Shakespeare
Autore: Bob Smith
Recensione di: Franca Guerra, genitore

Bob Smith, autore del testo “Il ragazzo che amava Shakespeare” racconta la storia di un bambino di nome Bob che vive in una modesta famiglia in una cittadina inglese degli anni quaranta, Stratford. Bob attraversa la sua esistenza da bambino con la sofferenza di una tragedia familiare: la nascita di una figlia disabile che assorbe tutte l’energie e turba la routine quotidiana. Un giorno Bob entra in una biblioteca locale e, attratto dalle incisioni in oro di un libro, lo apre e resta incantato dalle opere di Shakespeare, che lo solleva dalla dura realtà. Il profondo amore per la poesia accompagna Bob per il resto della sua difficile esistenza, aiutandolo ad affrontare traumi personali e familiari, e il suo persistente straniamento. Diventato grande, Bob decide di proporre la terapia Shakespeariana ad altri, ottenendo successo e dando la felicità anche a chi sembra averla smarrita da troppo tempo.
E’ un testo autobiografico che percorre attraverso il racconto della propria esistenza un mondo di solitudine e di sofferenza di chi è “diverso”, di chi è fuori la norma.
Una diversità e una solitudine affrontate, a mio avviso, nella loro interezza e completezza:
la disabilità della sorella di Bob, Carolyn, affetta da una grave malattia che non le permette di camminare:

Il primo maggio, il giorno speciale dedicato a celebrare la purezza e la verginità (…) la bambina prescelta salirà su una scala ricoperta di fiori di ghirlanda di rose bianche sulla testa. Naturalmente mia madre piangeva per Carolyn: C’era qualcosa di sbagliato in quella bambina. Chiunque osasse farlo diceva che “non era normale”.

Il senso di colpa e la sofferenza di Bob che crede di essere la causa dell’handicap della sorella:

La nonna mi passò la grossa candela usata. “Guardala molto attentamente” mi disse in tono garbato – “L’ho accesa ed è rimasta accesa per tutto il tempo che hai impiegato a venire al mondo” prosegui la nonna a bassa voce. “Tua madre soffriva molto e non c’era verso di farti nascere…eri troppo grosso. Quando poi è arrivato il momento per Carolyn di nascere, lei non riusciva a farlo perché tu avevi rovinato la mamma…là sotto”… Naturalmente pensavo che l’accusa della nonna fosse vera, che in qualche modo io per egoismo non avessi voluto nascere, e quindi avessi rovinato la mia sorellina.

La disperazione e il senso di colpa della mamma:

Si mise a fare le pulizie in modo maniacale. Continuamente, con accanimento patologico. Aveva la sensazione di aver fatto qualcosa che avesse distrutto il cervello e il corpo di mia sorella e avesse fatto andare via mio padre…Passavamo un sacco di tempo a sentirci colpevoli.

Ed infine, la solitudine e il senso di caducità di quegli anziani cui Bob legge i testi di Shakespeare.

Ormai l’ho sentito esprimere mille volte, il terrore di perdere quota. Sono così tanto gli anziani che non hanno nessuno che li faccia sentire al sicuro. Chi è solo resiste, cercando di non far sapere a nessuno quant’è solitaria e fragile la sua sicurezza.

La diversità che s’evince da questo romanzo è una diversità che appartiene a tutti: le nostre paure, le nostre incertezze , un sentirsi “fuori” che solo la bellezza delle cose immortali, possono farci vivere nella senerità di una convivenza con esse.
Verso la fine l’autore lascia al lettore un barlume di speranza. Qualcosa potrebbe cambiare e quando dopo venti anni Bob decide di andare a trovare sua sorella, si accorge che c’era una luce diversa nei suoi occhi:

Stando seduto a quel tavolo con Carolyn, mi era assolutamente chiaro che lei adesso era una persona a sé stante. Non era più la persona che noi avevamo bisogno che fosse; lo capivo dal suo volto, dal suo corpo, dalle persone che le stavano intorno: mia sorella aveva una vita sua, una vita reale, una vita bella e piena.

Il tema della diversità che in questo romanzo è affrontato, come detto precedentemente, in modo ampio è reso ancora più accattivante e affascinante dalla struttura narrativa del testo e dallo stile del linguaggio. L’autore ci invita in un mondo fatto di sofferenza con una descrizione precisa e puntuale, ma non grottesca o esasperata; il tempo non è lineare, ma il protagonista vive tra il suo presente e il ricordo del passato, quasi a sottolineare il tentativo di giustificare ciò che egli rappresenta. Il linguaggio chiaro, familiare e ricco di espressioni che richiamano la quotidianità è funzionale al senso dell’autenticità della vita. Il filo narrativo è spesso rafforzato dalla poesia Shakespeariana, dando così al romanzo forti momenti di liricità.
Ed è proprio la poesia che rappresenta la riflessione sul dolore e sulla diversità e nello stesso tempo la ricetta ad un’esistenza più serena.

Il dolore ha riempito il vuoto lasciato da mio figlio,
dorme nel suo letto, cammina su e giù con me,
indossa il suo piacevole sembiante, ripete le sue parole,
mi ricorda tutti i suoi tratti aggraziati,
riempie i suoi abiti vuoti con la sua forma.
Non ho allora ragione d’amare il dolore?
Re Giovanni, III, 4

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