Disabilità, non ti conosco

Una sottile e profonda riflessione come augurio per il nuovo anno scolastico.

Mi confronto, tutti i giorni con la disabilità. Eppure ogni giorno la disabilità dei miei alunni mi stupisce. È innaturale. Non appartiene all’ordine delle cose. I bambini dovrebbero essere immuni per diritto di nascita alle intemperie della vita. Dovrebbero avere il diritto di costruire passo passo la propria storia, partendo tutti dalla stessa postazione. Eppure non è così.

Nella scuola, per loro, l’apparato burocratico vuole certificazioni e diagnosi, gabbie di definizioni per bambini che non ce la fanno da soli. Ecco, forse ho beccato la definizione essenziale: non ce la fanno da soli! Hanno bisogno di figure professionali come la mia, insegnanti di sostegno, e tante altre.

Non ce la fanno da soli, eppure li guardo e vedo bambini che ridono, che giocano, che si stancano, che si annoiano, che saltano, che fanno capricci, che hanno fame. Giro lo sguardo e lo rivolgo agli altri bambini, non certificati e non diagnosticati. Perbacco! Fanno le stesse cose.

Non ce la fanno da soli. A fare che cosa? A seguire le lezioni, a capire, a lavorare in autonomia. Eppure vedo altri bambini, non certificati e non diagnosticati, che fanno tanta fatica a seguire le lezioni, a conformarsi alle regole, a leggere, a imparare una poesia o a svolgere un’addizione.

Sia chiaro, lo so, ci sono bambini che sono diversi perché non riescono a conquistare quell’autonomia operativa, fatta di azioni quotidiane di diverso tipo, che gli altri bambini hanno in maniera più o meno gratuita, come un dono divino così scontato, che neppure ci si fa caso.

Tuttavia sono tutti bambini, inseriti, con le loro contraddizioni, nel  grande mondo della scuola.

Qui affrontano un percorso ad ostacoli per correre verso un futuro di speranza e di miglioramento, sicuramente più duro per loro, che partono da una postazione indietreggiata, per ragioni e per distanze diverse.

I social network brulicano di gruppi di genitori di bambini speciali. Condivisione di gioie e difficoltà, tante difficoltà. Perché è sempre difficile affrontare la genitorialità, ma in questi casi lo è particolarmente. Provo a immaginare una vita con figli che crescono a fatica o non crescono mai, che hanno continuamente bisogno di attenzioni, tempo, sorveglianza, cure, terapie, protezione da pericoli fisici e sociali. Non ci riesco. Non lo so fare. Non so pensarmi genitore a tempo pieno per una vita intera, senza un attimo di tregua. Mi manca l’aria. Mi rendo conto di non conoscere la disabilità, né ciò che c’è attorno, perché quello che non si può pensare non si conosce. Mi incazzo, anzi no, mi deprimo perché è terribilmente triste, tremendamente faticoso solo mentalmente pensare la disabilità. Sono terrorizzata al pensiero di viverla.

Mi chiedo  cosa rimuginerà un genitore della situazione in cui si trova. Credo sia facile se ne possa addurre la ragione, come una condanna da pagare per chissà quale peccato o colpa da espiare. Per quanto sia un pensiero folle, irrazionale e privo di senso, immagino che un genitore possa rimuginarci sopra con una certa facilità. Ma forse l’angoscia maggiore è pensare che un giorno il figlio dovrà sopravvivergli senza la sua grande forza protettiva, solo e indifeso nel mondo. Chi si prenderà cura di lui? Chi lo farà quando sarà vecchio, quando le forze gli mancheranno, quando si ammalerà?

Nella scuola questi bambini straordinari, guerrieri tenaci e invincibili, fanno la loro apparizione per pochi anni; spesso creano scompiglio nell’ordine scolastico utopistico, sempre presente nella mente degli insegnanti.  Poi spariscono. Si inabissano nelle profondità delle mura, di una casa, di un centro.

Quella luce elettrica che li aveva illuminati a scuola, con costi di insegnanti specializzati e sogni infranti di classi perfette di insegnanti curriculari, si spegne. Perché? Qual è la grande conquista morale dell’inclusione scolastica italiana? Tante sigle, tanti paroloni, tante belle idee e poi…puff! La luce si spegne. Dove finisce il progetto di vita? Annegato. Freddo.

Questi bambini non ce la fanno da soli. Queste famiglie non ce la possono fare da sole.

Vanno seguite, aiutate, coccolate. È necessario sgravarne i pesi, dare certezze, fare in modo che vivano serene la disabilità, in cui loro malgrado sono incappate. Dargli personale qualificato che le segua e le guidi, che gli dia una mano lì dove, quando e come serve. È necessario dare tempo e modo ai genitori di andare dal parrucchiere o dall’estetista , al bar,  di fare un giro in bici o una passeggiata nei boschi, ripetutamente, nel tempo dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta dei loro figli, affinché si rinfranchino, respirino e trovino nuova linfa per affrontare le difficoltà quotidiane. È necessario assicurare il futuro di questi figli della società alla società e nella società.

E chi dovrebbe farlo? Lo Stato. Perché  tutelare il benessere fisico, psicologico e sociale dei cittadini meno fortunati è un obbligo costituzionale.

E dovremmo farlo tutti noi! Perché lo Stato siamo noi! Come? Pensando e comportandoci da persone civili, superando il pregiudizio, rimanendo aperti e curiosi di fronte alla diversità, impegnandoci per il bene comune.

Tutti sappiamo quanto sia importante avere il medico, l’avvocato, il fornaio, l’elettricista, il falegname, l’astronauta, l’istruttore di palestra, l’autista degli autobus. Ognuno di noi si inserisce con incastro perfetto nel grande puzzle della società. Così è per tutti, anche se a volte non apertamente manifesto.

La diversità è un dono per la collettività.

Insieme ai bambini disabili, quelli che non ce la fanno da soli, sempre loro, ho imparato la bellezza della semplicità, la gioia delle piccole cose, la tenacia, la resilienza, a dare valore all’essenziale puro e incontaminato.

Sono una delle loro insegnanti, ma loro sono i miei maestri di vita.

Immacolata Giardino, insegnante di scuola primaria di Monte Sant’angelo, Foggia

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