Per non dimenticare

In questi giorni ognuno di noi cerca di ricordare – per non dimenticare – il giorno della memoria. Attraverso poesie, racconti, filmati, riflessioni, recuperiamo un pezzo della storia che ci appartiene e che mette a nudo l’umanità, con le proprie paure e le proprie incertezze.

Qui sotto  una  sottile riflessione che  Pier Paolo Eramo, dirigente scolastico,  fa in occasione  della manifestazione “Un concerto per la Giornata della memoria”, presso il Teatro Due di Parma.

La sterminio del popolo ebraico – e delle minoranze che ne condivisero il destino – è lo specchio in cui tutti noi, singoli individui e istituzioni, dobbiamo guardarci, senza paura e senza retorica.
Quello che è successo solo pochi decenni fa non è stato un improvviso ritorno della barbarie né il frutto della follia di un dittatore e di un piccolo gruppo di fanatici. Il sistema di cui Auschwitz è simbolo è stato invece creato con obiettivi precisi, pianificato in modo aziendale e gestito con mezzi tecnologicamente avanzati da migliaia di militari e funzionari civili, che hanno compiuto fino in fondo il “lavoro” che era stato loro affidato, in uno dei paesi più colti avanzati d’Europa.
Uomini – per citare Primo Levi – «fatti della nostra stessa stoffa […] esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso […] alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti».
Questa minoranza di esecutori ha potuto agire grazie al sostegno di milioni di persone, entusiasti, taciti complici del massacro, indifferenti o semplicemente passivi, nella Germania nazista come nell’Italia fascista.

Il lager ci mostra di che cosa può essere capace l’uomo (“moderno”, colto, amante della musica e delle arti), rivela quali istinti profondi si nascondono dentro ognuno di noi, quale grado di violenza e sofferenza possiamo scatenare, infliggere, tollerare.

Guardare dentro Auschwitz significa guardare dentro di noi uomini europei di oggi, figli e nipoti di quegli uomini europei di allora, e chiederci cosa avremmo fatto se fossimo stati al loro posto.

Quella scelta dobbiamo rifarla ogni giorno, nelle istituzioni, per la strada e sull’autobus, in ufficio, sulla spiaggia e nelle nostre classi, quando una persona viene disprezzata, derisa, ignorata, affamata, disumanizzata con la scusa più o meno esplicita del credo religioso, dell’etnia, della povertà, del genere e dell’orientamento sessuale, della sua fede politica, della sua malattia.
Tutte le volte in cui non siamo capaci di vedere noi stessi negli altri.
La Shoah non è solo l’abisso assoluto in cui siamo precipitati, ma anche quello su cui l’Europa della pace e dei diritti umani ha fondato il suo lento e complesso cammino di ricostruzione.
Buona visione, buona scelta.
Pier Paolo Eramo, dirigente scolastico  

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