Le Chiavi di Casa: l’intervento di Beatrice Sbriscia Fioretti

Ancor prima di essere un film sulla disabilità direi che questo film è un film sul diventare genitori, letteralmente sul ‘nascere genitori’. Come avviene questa trasformazione cosí intima, radicale e irreversibile? Come si diventa madre? Come si diventa padre? L’idea romantica che questa trasformazione avvenga da sé, grazie ad un amore garantito, dato dal semplice fatto di avere tra le braccia una nuova vita, risulta essere spesso delusa. Si diventa genitori unicamente perché si è parte di una relazione, e come in ogni relazione la trasformazione delle parti in gioco avviene all’interno di un processo, più o meno complesso, più o meno lento, ma in ogni caso non dato a priori.

Contrariamente a quello che spesso è il sentire comune, perfino il diventare madri non è un dato di fatto, una trasformazione data dalla semplice nascita di un figlio. Nel diventare madre, in qualche caso, si può essere aiutati, o ostacolati, da cambiamenti fisici concomitanti. Se si diventa madre di una figlia o un figlio cresciuto nel proprio utero bisogna fare i conti con nuovi assetti ormonali della madre, e la relazione avrà una componente corporea aggiuntiva che entrerà a far parte del processo di trasformazione, potrà aiutare i due a conoscersi, ma potrà anche mettersi di traverso e ostacolare, paradossalmente, la relazione madre figlio.

Nel film ‘Le chiavi di casa’ c’è un uomo che ha rifiutato a priori il viaggio di diventare padre. Durante il parto la madre muore, i medici gli accennano al fatto che il bambino avrà qualche problema, e lui non vuole nemmeno vederlo. Paolo, il bambino, va a vivere dagli zii e questi, dodici anni dopo, gli ripresentano il conto chiedendogli di accompagnare Paolo a Berlino e di assisterlo durante le sue terapie.

È un uomo brutale? È una persona abbietta e insensibile? No, non lo è per nulla. Fin dalla prima scena abbiamo di fronte un uomo messo a nudo, desideroso in qualche modo di avvicinarsi al bambino, ma assolutamente incapace.

Durante la visione del film assieme alle collaboratrici di Artemisia ci siamo chieste se questo personaggio tanto indifeso non stridesse con la storia di abbandono che portava sulle spalle. Oltre alla constatazione del fatto che la classificazione di una sceneggiatura in realistica o meno lascia il tempo che trova, dato che la realtà ci offre ogni giorno storie assolutamente paradossali e irrealistiche, trovo personalmente molto interessante questa scelta dello sceneggiatore. Il dolore enorme per la perdita della compagna o la paura nell’affrontare lo spettro di un bambino con ‘qualche problema’ hanno fatto abortire la gestazione di questo papà. Non si tratta di cattiveria, di brutalità, di colpa. Piuttosto c’è il terrore nell’intraprendere il viaggio e la non assunzione di responsabilità, aspetti più umani, piú veri, della cattiveria.

Senonché dodici anni dopo gli si presenta una nuova possibilitá. E lui accetta, pur non sapendo da che parte cominciare. Chi lo prende per mano e lo accompagna letteralmente in questo viaggio è proprio Paolo.

È lui che senza troppi tentennamenti rompe il ghiaccio. ‘Mi hanno detto che tu sei mio padre,dice, e la risposta che riceve è solo silenzio. Il padre non è ancora padre.

È Paolo che, a dispetto della sua disabilità, fisica e intellettiva, si muove con assoluta disinvoltura e armonia. ‘Faccio da solo’. ‘Ricordati di infilare prima quell’altro braccio se no mi fai male’.

E tutto l’impaccio dell’uomo che gli sta accanto mette in luce un ribaltamento delle parti: tra padre e figlio innanzitutto: il figlio è il vero padre che aiuta il padre a crescere e a diventare tale; e tra ‘disabile’ e ‘non disabile’: il padre appare del tutto incapace e bisognoso a fronte della disinvoltura del figlio, scappa in occasione di un prelievo di sangue che per Paolo è un gioco da ragazzi, si dimentica di dare le medicine al figlio e viene da lui rimproverato.

Diventare padre di questo ragazzo significa farsi guidare da lui, affidarsi a lui e accettare di mettersi in viaggio. Paolo sembra davvero avere tutti gli strumenti per assistere il padre nella sua ‘disabilità’: ‘hai bisogno di coccole?’ gli chiede durante il crollo catartico alla fine del loro viaggio e del film e nemmeno si risparmia di rimproverarlo benevolemente ‘non si fa cosí però’.

È davvero cosí. Sono mamma di tre bambini, Giacomo, Elena, e Anna. Anche a me la maternità non è caduta dal cielo, l’ho affrontata, l’ho costruita, tutt’ora me la sto conquistando, e devo dire che molte volte mi è capitato di dovermi affidare a loro. È così con tutti ma lo è ancor di più con Giacomo, il primogenito, che ha la sindrome di Down.

La nascita di un figlio con disabilità distrugge sul nascere ogni manuale di pedagogia. Sei lí con le altre mamme che si preoccupano per un pianto di troppo, una poppata in meno o una cacca un tantino dura e tu hai solo il pensiero di lui ventenne, lui e l’amicizia, lui e ĺ’amore, se avrà mai modo di fare sesso, se sarà sempre al tuo fianco, se lavorerà. Lui è lì con te, ma per te è molto difficile essere lí con lui. Sei costantemente altrove, in un futuro ipotetico senza risposte, logorante. Ma lui continua ad essere lí con te. Ti guarda, ti cerca, fa egregiamente il suo mestiere di figlio e cerca di compensare anche la tua incapacità nel fare quello di madre. Dove non arrivi tu arriva lui. Fa il figlio senza mancanze, perché sei tu ad attibuirgli delle mancanze. Lui non sa di averne, almeno all’inzio del viaggio, e a ben vedere, dal suo punto di vista non ne ha affatto.

Come è raccontato molto poeticamente nel film, crescere un figlio, e un figlio con disabilità specialmente, può smascherare tutta la tua incapacità, le tue insicurezze, i tuoi lati oscuri. Rende innanzitutto a te delle disabilità , e ti costringe a superarti. Nel film la madre dell’altra ragazza con disabilità incontrata all’ospedale di Berlino questo viaggio l’ha affrontato già da molti anni, ha raggiunto una sua stabilità e convive più o meno pacificamente con i suoi fantasmi. Essa intravede immediatamente il padre novello e i suoi goffi tentativi di essere padre ‘Appare apprensivo, imbarazzato, come per scusarsi con gli altri del disturbo’ dice di lui. E aggiunge ‘Il vero problema di certi bambini non è la malattia ma i genitori’.

È quando iniziamo a fidarci di questi figli, quando vediamo che essi hanno in sé tutte le risorse per affrontare la loro vita, e talvolta gliene avanza qualcuna anche per te, che si capisce quale miracolo porti con sé questa relazione costruita in due, e che ci rende alla fine genitori. Il padre sul traghetto per la Norvegia getta in mare le stampelle di Paolo. Sembra essersi reso conto che il figlio, metaforicamente, non ne ha affatto bisogno. Ed è a quel punto che si sente libero di crollare, di chiedere aiuto.

Un commento

  1. Sono trascorsi molti anni dalla chiusura dei manicomi, dovremmo avere imparato cosa significa disabilità, fisica e/o psichica, eppure sembra quasi di vivere in un’epoca di masochismo. Chiusi i manicomi, oggi ci infiliamo da soli la camicia di forza, come se preferissimo sentirci in prigione, nella nostra prigione mentale, piuttosto che abbattere ogni barriera, ogni muro, ogni impedimento che limita il nostro agire. Continuiamo a farci del male, col nostro egoismo o, peggio ancora, con l’indifferenza. Anziché imparare ad ascoltare, a vedere le cose da una prospettiva diversa, una prospettiva nuova che aprirebbe le nostre finestre e farebbe entrare quell’aria fresca che serve per ossigenarci. Grazie, Franca, e grazie a tutti voi per quello che fate col blog e più attivamente nella vita quotidiana. Cesare P.

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